Il cordone ombelicale

In Italia il 95% dei cordoni ombelicali viene gettato come scarto. Eppure è una risorsa preziosa per la salute dei nostri figli e per quella degli altri. Purtroppo, la maggior parte dei genitori e della popolazione non è informata sui numerosi benefici e sul ruolo incredibile delle cellule staminali del cordone ombelicale, che possono essere utilizzate per trattare oltre 80 malattie in diversi ambiti, come ad esempio oncoematologico, ematologico, metabolico. 

Basterebbe conoscere le possibilità che abbiamo e decidere di non buttare il cordone ombelicale: è possibile infatti conservarlo privatamente oppure, in alternativa, donarlo presso l’ospedale del parto. Ma come fare? E soprattutto: perché decidere di conservare il cordone ombelicale del proprio bambino?

Cordone ombelicale, perché dobbiamo imparare a non buttarlo: la conservazione del cordone ombelicale è fondamentale per sfruttare i preziosi benefici delle cellule staminali

Perché il cordone ombelicale è importante ?

Il cordone ombelicale (detto anche funicolo ombelicale) è il collegamento temporaneo tra la placenta e il feto. Attraverso esso passano tutti i nutrienti ed è quindi la prima fonte di vita del nascituro. Alla nascita questo cordone viene reciso, ma se in passato veniva sempre gettato via, oggi il suo valore è finalmente conosciuto: il sangue placentare prelevato dal cordone contiene infatti cellule staminali emopoietiche, utili nel trattamento terapeutico di oltre ottanta malattie di diversa natura. 

Negli ultimi anni si è anche scoperto che queste cellule staminali possono essere utili nel trattamento dell’autismo e della paralisi cerebrale, oltre che nel campo della medicina rigenerativa dei tessuti.

Ecco perché è bene conoscere le proprie possibilità: gettare il cordone ombelicale quando i suoi utilizzi sono così preziosi è davvero insensato. Oggigiorno possiamo infatti conservarlo per oltre 20 anni, preservandone le caratteristiche e consentendone quindi un utilizzo all’occorrenza. Lo si può donare pubblicamente come gesto altruistico o a scopo di ricerca scientifica, oppure conservare privatamente in via preventiva, per essere preparati in caso di problemi presenti o futuri dei propri familiari e avere una possibilità terapeutica in più.

Come viene conservato il cordone ombelicale?

“Il sangue placentare raccolto viene conservato in vere e proprie “banche del sangue cordonale”. Sono strutture sanitarie autorizzate a conservare, trattare e distribuire le cellule staminali empopietiche raccolte a scopo di trapianto, garantendone idoneità, qualità, sicurezza, tracciabilità”

(http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_5.jsp?lingua=italiano&area=sangueTrasfusioni&menu=ombelicale): il Ministero della Salute chiarisce bene come.

Come donarlo

Le partorienti che lo desiderano hanno la possibilità di donare il sangue del cordone ombelicale del proprio bambino. In Italia l’iter da compiere è davvero molto semplice ed è il seguente: prima del travaglio (anche nelle settimane precedenti, e non a ridosso del momento), rivolgendosi al reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale in cui avverrà il parto è possibile manifestare la propria volontà di donare il cordone ombelicale. La donazione sarà volontaria, anonima e gratuita e l’ospedale si occuperà di tutto. È importante segnalare però che, all’atto della donazione, la famiglia perde la proprietà del campione e non ne rientra in possesso.

Come conservarlo privatamente

Il decreto 18 nov 209 consente la conservazione privata del sangue cordonale in strutture private purché situate all’estero. 

Con la conservazione privata, il campione raccolto rimarrà di proprietà della famiglia e, al compimento del 18esimo anno, il proprietario diverrà il bambino (ormai adulto) da cui sono state raccolte.
I campioni conservati privatamente possono essere usati sia per trapianti autologhi (donatore e ricevente sono la stessa persona) sia per trapianti allogenici familiari (donatore e ricevente sono due persone distinte ma imparentate tra loro). E’ interessante sottolineare che vi è una probabilità decisamente più alta di trovare un donatore compatibile all’interno del proprio nucleo famigliare rispetto ad estranei.

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